Che cos'è l'amore. Te lo chiedi la prima volta che ti senti confusa, che balbetti quando c'è "lui", che ti ritrovi ad analizzare ogni suo gesto per capire se dietro a una banale gentilezza si possa nascondere un interesse vero. Poi magari è solo un pensiero tenero e sciocco, neanche tu sai bene cosa provi, lui ha 7 anni più di te e ti guarda come ad una bambina, e niente. L'amore allora è un platonico sfarfallio di pensieri che ti fanno capire che sei cresciuta, che ciò che conta è dire sempre di no e indossare gli stessi jeans fino alla nausea.
Per qualche anno almeno.
Poi arriva lui, il ragazzo dai maglioncini celesti e i capelli biondi e un milione di perché senza risposta. E il primo amore non sarebbe potuto essere più romantico, più stereotipato e più dolce-amaro di così. Te ne trascini il ricordo per troppo tempo, e lo sai che era amore, ma quello dei 15 anni, quello che ricorderai solo con affetto a 30, quello degli occhioni da cerbiatto e il cuore ingenuo e felice.
E mentre stai lì ancora a domandarti dove sia finito il tuo angelo ragazzino impari che la via per l'inferno è davvero lastricata di buoni propositi. Amore non direi ma tutto il resto sì e, a 17 anni, basta e avanza.
Che cos'è l'amore?
Te lo chiedi per tanti anni, quando inizi a fare coppia fissa e ti trovi al calduccio in quel posto riparato nel cuore di qualcuno. Quando esci a bere una cosa nei soliti posti che, ora, con lui, ti sembrano interessantissimi come la vita notturna di Parigi.
E l'amore diventa tormento e poi dubbio e forse abitudine, ma non è così che succede? E tu c'avrai 20 anni e una gran confusione in testa e nelle viscere.
Dov'è l'amore?
Capita che l'amore sia lì, contro le piastrelle fredde di una cucina spaiata nella periferia romana. Capita che l'amore sia nei suoi muscoli tesi - "belli come quelli di un dio greco"- nelle vostre parole confuse, nella tempesta perfetta di sguardi, nel gioco affascinante di corpi e bocche che si allontanano quanto più vorrebbero intrecciarsi.
Che cos'è l'amore?
Succede che l'amore ti prende alla sprovvista, quando non lo cerchi e non lo aspetti. Capita per caso, con un messaggio e un congiuntivo azzeccati; si annuncia con un bacio appena accennato e una chiacchierata fino all'alba in auto sotto casa.
Succede che l'amore diventa una promessa, e poi giorni e poi mesi e poi anni, e poi esplode e si rimescola e poi succede che non lo sai più cos'è l'amore. Perché l'amore è ciò che è stato e ciò che è. È ciò che hai vissuto e ciò che deve venire. Perché l'amore è equilibrio e vertigine e capita che ci cammini, su quel filo teso tra te e un'altra vita, ma non ti fai più domande. Perché hai imparato che l'amore è amare e non amare; è potenza e atto; è dubbio, è muscoli, è tensione, è tenerezza, è mattonelle fredde e letti vuoti, è Parigi e Salerno, è il c'era una volta ed il vissero felici e contenti. Per sempre.
sabato 16 giugno 2018
venerdì 15 giugno 2018
Mai come ieri (omaggio al passato)
E comunque, certi ricordi vanno lasciati dove sono.
Certe persone non vanno incontrate di nuovo, certi baci non vanno ridati, certi sguardi non vanno ricambiati. E non per pudore, ma perchè si rischia troppo. Si rischia di spezzare l'antico incanto, si rischia di rovinare la magia della memoria.
Lasciate che i ricordi siano tali.
Lasciate che i ricordi non vengano contaminati dal presente.
Lasciate che nessuna probabile, possibile delusione possa scalfire ciò che un tempo ha inebriato.
E' infatti raro poter rivivere anche solo per un attimo quell'antico luccichio e, probabilmente, è meglio l'incertezza alla delusione.
Meglio il dubbio, a qualunque sicurezza.
Meglio il mito, della storia.
Meglio non corrompere ciò che già fu corrotto, perchè un peccato di cui si può serbare il ricordo è ben più lascivo di qualsiasi contemporanea rievocazione.
Certe persone non vanno incontrate di nuovo, certi baci non vanno ridati, certi sguardi non vanno ricambiati. E non per pudore, ma perchè si rischia troppo. Si rischia di spezzare l'antico incanto, si rischia di rovinare la magia della memoria.
Lasciate che i ricordi siano tali.
Lasciate che i ricordi non vengano contaminati dal presente.
Lasciate che nessuna probabile, possibile delusione possa scalfire ciò che un tempo ha inebriato.
E' infatti raro poter rivivere anche solo per un attimo quell'antico luccichio e, probabilmente, è meglio l'incertezza alla delusione.
Meglio il dubbio, a qualunque sicurezza.
Meglio il mito, della storia.
Meglio non corrompere ciò che già fu corrotto, perchè un peccato di cui si può serbare il ricordo è ben più lascivo di qualsiasi contemporanea rievocazione.
venerdì 25 maggio 2018
Cazza la randa
Alle superiori io e il mio compagno di banco ci divertivamo a scrivere sonetti - tranquilli, ci facevamo pure le canne - per lo più canzonatori.
Aspiravamo a diventare i Teofilo Folengo del XXI secolo.
Nonostante il progetto giovanile sia chiaramente fallito, da qualche tempo mi diletto nuovamente a comporre in rima, ma senza canne.
Questa qui è perfetta per il blog: la tristissima storia di chi si trasferisce all'estero (#nonchiamatemiemigrante), in 3 lingue.
Per chi non conoscesse l'hashtag, bastano i primi 10 secondi di questo video: https://www.youtube.com/watch?v=E75fjbTHEOA&start=15
(Napulitane)
Nu marinaro senza na bannera,
che nun po scennere a nisciuno puorto.
Si scenn va ‘mbriaco truculianno,
senza capí maje addò ’o port a sciorta.
Accussí chi luntano se n’è gghiuto
a nu paese che nun era ‘o suoje,
nun tene lengua, nun tene bandiere.
Canosce ‘o tiempo, specialmente… “ajere”.
A terra soja mo s’aiza e acala,
s’infizz ‘int ‘e pertuse e a copp’ e scale
zompa. T’allaga na cistern’ e ancora
mporpa ‘o lignamm e scass pure ‘o ffierr.
Si vaje pe mmare ‘o saje ca tanta vote
Da quacche parte t’hê ferma’ pe forza
e capita che gente ne canusce
ma nu vo dice’ ch’a pierde sta scorza.
Da quacche parte t’hê ferma’ pe forza
e capita che gente ne canusce
ma nu vo dice’ ch’a pierde sta scorza.
Vulisse salutà ma t’hê scurdat
“se dice bonne soire o buona sera?”
e pure va a ferní c’a lengua a ‘ncarr,
ma chi te sta a sentì fa ‘a faccia nera.
È jiuta comm è jiuta, penso sempe
e a luntananza te fa ll’uocchie buone,
capisce tanta cose overamente,
ma vale a pena po’a tenè ragione?
(Italiano)Un marinaio senza una bandiera,
Che non può fermarsi in nessun porto.
Se scende va ubriaco traballando,
Senza capire dove lo condurrà la sorte.
Cosí chi se ne è andato lontano
In un paese che non era il proprio,
Non ha lingua e non ha bandiere.
Conosce il tempo, specialmente… “ieri”
La sua terra adesso: si alza e si abbassa,
Si infila nei buchi e salta giù dale scale.
Allaga una cisterna e infine
Impregna il legno e spezza anche il ferro.
Se vai per mare sai che molto spesso
In qualche posto devi fermarti per forza
E succede che conosci molta gente
Ma non vuol dire che perdi questa scorza.
Vorresti salutare ma l’hai scordato.
“Si dice buonne soire o buona sera?”
e talvolta va a finire che la lingua la indovini
ma chi ti ascolta si fa scuro in volto.
È andata com’è andata, penso sempre
E la lontananza ti migliora la vista,
Capisci davvero tante cose,
Ma vale la pena poi avere ragione?
(English)
A sailor without a flag,
That can not stop in any port.
If he goes down he goes drunk shuddering,
Not realizing where the fate will lead him.
So who has moved far away
In a country that was not his own,
has no language and has no flags.
He knows the time, especially ... "yesterday"
His homeland now gets up and down,
It lurks into the holes and jumps down the stairs.
Floods a tank and finally
Soaks the wood and breaks iron.
If you go by sea you know that very often
Somewhere you have to stop necessarely
And it happens that you know a lot of people
But it does not mean you lose your peel.
You would like to say hello but you have forgotten.
"Are you saying bonne soire or buona notte?"
And sometimes it turns out that the language is right
But whoever listens to you darkens in anger.
It is what it is, I always think
And the distance improves your sight,
You really understand so many things,
But is it worthwhile to be right?
Luigi
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scuole superiori
Ubicazione:
Belfast, UK
venerdì 13 aprile 2018
Matrimonio all'italiana
Dici matrimonio ma, a meno che non sia il tuo, non dovresti cominciare a pensarci con mesi di anticipo. Il fatto è che a me i matrimoni piacciono, ma proprio tanto. Naturalmente, quelli di un amico hanno una marcia in più. La maggior parte delle persone -suvvia, si può confessare- quando riceve una partecipazione ha più o meno una reazione che si condensa in un "che noia!", solo più colorita.
Io no. Non di solito, almeno. Io comincio a mettere in moto la mia personale macchina del "cosa mi metto, cosa riciclo, e le scarpe?" con gran soddisfazione, eh. Ovviamente so che devo trattenermi dal fare shopping e aspettare l'ultimo paio di mesi; so bene che NO, NON SONO LA SPOSA, e a nessuno realmente interesserà come sono vestita, ok, ho capito, la parrucchiera non può aprire il negozio solo per me la domenica mattina (ah, no?). Non mi tocca neanche la truccatrice a casa, che ci vuoi fare.
Ma io amo lo stesso il dolce trambusto di un matrimonio. L'idea di una giornata diversa, ricca di cibo, musica, vino, chiacchiere, gente che non conosci, gente che dovresti conoscere, gente che è meglio far finta di non conoscere, gente che nemmeno ricordi di conoscere...
I matrimoni son belli. Io, tipo, non vedo l'ora che si sposi uno dei miei cugini o qualche amico qui, che ho a portata di mano, perchè allora ci si metterà a parlare di ricevimenti, menu, confetti e testimoni.
Tra qualche giorno parteciperò ad un matrimonio in Italia. Naturalmente sono in ansia come tutte le volte che torno dai miei, con l'aggiunta che stavolta me la dovrò cavare da sola. Difatti, recito la parte dell'invitata single - il che si traduce in guidare - e possibilmente arrivare - al (remoto) luogo prestabilito fidandomi solo del navigatore e non del cavaliere.
Però l'ansia non può rovinare l'idea che sarà un giorno speciale. Sarà bello vedere la mia cara amica che si sposa. Sarà bello tornare ancora una volta in un luogo in cui ho vissuto tanti importanti momenti della mia vita da universitaria, sarà bello rivedere vecchi amici e conoscenti festeggiare una "nuova" coppia. Sarà bello ricordare le ragazze che eravamo. Non c'è bisogno di farlo a parole, a me basta uno sguardo. Sarà bello pensare che, a dispetto dei tanti anni trascorsi, delle situazioni complicate vissute, della distanza, lei c'è stata per me e io ci sarò per lei, in questo giorno speciale.
L'unico rimpianto è che mi sarebbe piaciuto poter essere più partecipe, e così non può essere.
Mi rifaccio pensando che, anche se la quotidianità ci è negata, l'affetto è immutato.
Questo matrimonio mi ha convinta, casomai ce ne fosse bisogno, che prima o poi mi risposo pure io. Con lo stesso marito, vabbene, ma siete avvisati: se temete di ricevere un invito, meglio dirlo ora!
Io no. Non di solito, almeno. Io comincio a mettere in moto la mia personale macchina del "cosa mi metto, cosa riciclo, e le scarpe?" con gran soddisfazione, eh. Ovviamente so che devo trattenermi dal fare shopping e aspettare l'ultimo paio di mesi; so bene che NO, NON SONO LA SPOSA, e a nessuno realmente interesserà come sono vestita, ok, ho capito, la parrucchiera non può aprire il negozio solo per me la domenica mattina (ah, no?). Non mi tocca neanche la truccatrice a casa, che ci vuoi fare.
Ma io amo lo stesso il dolce trambusto di un matrimonio. L'idea di una giornata diversa, ricca di cibo, musica, vino, chiacchiere, gente che non conosci, gente che dovresti conoscere, gente che è meglio far finta di non conoscere, gente che nemmeno ricordi di conoscere...
I matrimoni son belli. Io, tipo, non vedo l'ora che si sposi uno dei miei cugini o qualche amico qui, che ho a portata di mano, perchè allora ci si metterà a parlare di ricevimenti, menu, confetti e testimoni.
Tra qualche giorno parteciperò ad un matrimonio in Italia. Naturalmente sono in ansia come tutte le volte che torno dai miei, con l'aggiunta che stavolta me la dovrò cavare da sola. Difatti, recito la parte dell'invitata single - il che si traduce in guidare - e possibilmente arrivare - al (remoto) luogo prestabilito fidandomi solo del navigatore e non del cavaliere.
Però l'ansia non può rovinare l'idea che sarà un giorno speciale. Sarà bello vedere la mia cara amica che si sposa. Sarà bello tornare ancora una volta in un luogo in cui ho vissuto tanti importanti momenti della mia vita da universitaria, sarà bello rivedere vecchi amici e conoscenti festeggiare una "nuova" coppia. Sarà bello ricordare le ragazze che eravamo. Non c'è bisogno di farlo a parole, a me basta uno sguardo. Sarà bello pensare che, a dispetto dei tanti anni trascorsi, delle situazioni complicate vissute, della distanza, lei c'è stata per me e io ci sarò per lei, in questo giorno speciale.
L'unico rimpianto è che mi sarebbe piaciuto poter essere più partecipe, e così non può essere.
Mi rifaccio pensando che, anche se la quotidianità ci è negata, l'affetto è immutato.
Questo matrimonio mi ha convinta, casomai ce ne fosse bisogno, che prima o poi mi risposo pure io. Con lo stesso marito, vabbene, ma siete avvisati: se temete di ricevere un invito, meglio dirlo ora!
domenica 4 febbraio 2018
L'alcol e la nostalgia (di Mathias Énard)
C'è un un titolo altamente
evocativo; c'è una donna fatale -non nel senso classico del termine,
quanto letterale- c'è un Paese straniero esotico, avvolto in
riti e paesaggi senza tempo. C'è un triangolo amoroso -ma anche qui,
con sviluppi niente affatto scontati- c'è l'inverno russo, quello
che doma e che non può essere domato. C'è un po' Checov e un po' Bukowski.
E c'è un treno, IL treno per
eccellenza, quella Transiberiana che da Mosca arriva a Novosibirsk, a
fare da sfondo al flusso di coscienza del protagonista, per il quale
i ricordi diventano grammi di vodka da bere d'un fiato in memoria
dell'amico morto.
Amico o rivale? I confini di
questo rapporto sono sfumati: ma basta il suo solo nome, pronunciato
in un sussurro telefonico alle tre del mattino da quella che è la
sua (ex?) fidanzata, a fargli prendere un volo da Parigi e tornare a
Mosca, "la città dei mille campanili e delle mille e tre
torri".
Rievocare un'amicizia non è
mai facile: unirci il rimpianto per essere andati via, un amore
troppo grande per essere contenuto nell'illusione della monogamia e
la rivalità che si nutre di un ancestrale concetto di virilità può
renderlo addirittura insopportabile.
Ciascuno dei tre protagnisti
si anestetizza come può e come sa: la droga diventa quasi il mezzo
per tessere un legame che da lucidi spezzerebbe il cuore e corromperebbe la
ragione. Di certo, fa saltare i paletti del noto e del giusto, fa fare a pugni
e fa mangiare "funghi e schifezze con panna acida" in piena
notte.
L'alcol e la nostalgia è un
libro che si legge d'un fiato, complici le 71 pagine. Una brevità
densa, in cui il finale importa poco. Come nei migliori viaggi, il
senso è nel viaggiare stesso, nel percorso, nella fila di parole in
cui ci sono pochissimi punti e tantissime, troppe virgole a dettare
il ritmo dei pensieri di Mathias.
Jeanne fa pensare ad una
certa Marla, ma non c'è bisogno di essere insonni o di tentare il
suicidio per attirare l'attenzione o inventarsi un io diverso:
bastano l'amore per la letteratura, la fragilità delle controparti
maschili, il non detto che diventa l'àncora dei ricordi scolpiti nel
ghiaccio dell'inverno russo.
Non è un libro per tutti,
non è un libro facile ma è un libro poetico, suggestivo, seducente:
ottimi ingredienti per una lettura che è destinata a lasciare il
segno.
venerdì 15 dicembre 2017
Cinema e nuvole
Vi ricordate la storia degli alcolici? Ad ognuno poteva corrispondere un momento saliente della mia vita.
Ecco, lo stesso gioco lo potrei fare con i film. Meglio, con l'andare al cinema a vedere film, un'abitudine ormai consolidata che devo in toto ad un mio ex fidanzato.
Il punto e' che -ammettiamolo- la vita e' fatta di prime volte.
Quindi finisci per ricordare ogni piu' piccolo dettaglio di film e serate trascorse con gente che hai visto talmente poco che puoi contarne le ore, rispetto ai lunghi anni di frequentazioni assidue a cineforum.
In questi ultimi giorni sto andando a cinema da sola, e non mi dispiace affatto.
Via libera ai flashback, via libera ai ricordi.
Come quella volta in cui mi hanno trascinato a vedere un episodio della saga dei Pirati dei Caraibi, da me allegramente snobbata fino a quel momento. Mi dovetti ricredere e dovetti recuperare in poche notti. La bussola che punta a "Cio' che piu' desideri al mondo" avrebbe puntato all'oblio ma si sarebbe persa in notti fatte di cocktail con la Redbull, incontri estivi, corse sui tetti - e intendo letteralmente, tetti e corse.
O come quella volta -unica a dire il vero- in cui la cinefila che e' in me anziché guardare il film si perse negli occhi del proprio accompagnatore. Povero Ozpetek. Sacrificato in nome delle bugie che ci raccontavamo, dei baci, delle promesse; incuranti degli spettatori, senza che ci accorgessimo che eravamo già alla fine, senza che ci fosse stato un principio, un mentre o un poi.
C'e' gente con cui non condivido realmente una storia ma un film. O meglio, con cui condivido lo spazio di un film.
Come Sergio Leone e C'era una volta in America, ad oggi forse IL film per eccellenza nella mia personale classifica, ma visto troppo tardi, troppe volte, troppo intensamente con troppi pop corn e troppe discussioni.
Che la prova del nove per frequentare qualcuno fosse invitarlo al cinema e' palese.
Possibilmente a qualche visione astrusa, d'essai o comunque fuori dai soliti circuiti. Per testarne la resistenza, forse, ma anche la propensione ad innamorarsi dell'arte.
Perche' io mi innamoro proprio di un fotogramma o di una storia, di una luce, di un personaggio o di una citazione e quando questo accade, ecco li' un nuovo universo che si spalanca. Un frammento che si aggiunge alla stratificazione di senso di cui impregno i miei giorni felici.
Ricordo di quando portai mia madre a una rassegna di film francesi; ricordo il mio primo lungometraggio in lingua originale
a Belfast e l'insofferenza per il doppiaggio che ho sviluppato da quel preciso momento.
Ricordo il primo film visto con mio marito - e conservo ancora quel biglietto. Non ricordo la storia ma so che rimanemmo per ore a parlare di Kurt Elling nel parcheggio del multisala dopo la proiezione.
Non esattamente un luogo poetico, ma la poesia era in quel jazz dolce che ascoltavo per la prima volta.
Ricordo il cinema negli Stati Uniti, a Waltham, che sembrava fermo agli anni '40. Luogo ideale per vedere il buon Scorsese di Victor Hugo, decisamente magico in quel contesto. Gravity visto in crociera. Fanno parte dei ricordi teneri un paio di film visti a Roma, quando fantasticavo su chi si sarebbe unito per la visione, ignorando all'epoca che il buio condiviso di una sala avrebbe fatto da cassa di risonanza a troppi pensieri taciuti.
Stasera ho visto Smetto quando voglio ed e' stato davvero buffo ripensare a quando conobbi il regista, allora un ragazzetto come me. Una rassegna di cortometraggi ad Apice, a cui partecipavo come giurata. Non ho memoria neppure di un corto ma del Taurasi ingollato per tutta la sera be', di quello si'. Delle risate con Sidney, delle email con la mia amica per organizzarci a quel piccolo evento, della festa che segui', oh anche di tutto questo, si'.
Sidney Sibilia e' al suo terzo film di successo e io al mio ennesimo spicchio di sogno prima di andare a dormire. Grazie Sidney, perché è anche merito tuo se vado a letto stasera e posso raccontarmi una storia della buonanotte!
"Age cannot wither her nor custom stale her infinite variety".
Ecco, lo stesso gioco lo potrei fare con i film. Meglio, con l'andare al cinema a vedere film, un'abitudine ormai consolidata che devo in toto ad un mio ex fidanzato.
Il punto e' che -ammettiamolo- la vita e' fatta di prime volte.
Quindi finisci per ricordare ogni piu' piccolo dettaglio di film e serate trascorse con gente che hai visto talmente poco che puoi contarne le ore, rispetto ai lunghi anni di frequentazioni assidue a cineforum.
In questi ultimi giorni sto andando a cinema da sola, e non mi dispiace affatto.
Via libera ai flashback, via libera ai ricordi.
Come quella volta in cui mi hanno trascinato a vedere un episodio della saga dei Pirati dei Caraibi, da me allegramente snobbata fino a quel momento. Mi dovetti ricredere e dovetti recuperare in poche notti. La bussola che punta a "Cio' che piu' desideri al mondo" avrebbe puntato all'oblio ma si sarebbe persa in notti fatte di cocktail con la Redbull, incontri estivi, corse sui tetti - e intendo letteralmente, tetti e corse.
O come quella volta -unica a dire il vero- in cui la cinefila che e' in me anziché guardare il film si perse negli occhi del proprio accompagnatore. Povero Ozpetek. Sacrificato in nome delle bugie che ci raccontavamo, dei baci, delle promesse; incuranti degli spettatori, senza che ci accorgessimo che eravamo già alla fine, senza che ci fosse stato un principio, un mentre o un poi.
C'e' gente con cui non condivido realmente una storia ma un film. O meglio, con cui condivido lo spazio di un film.
Come Sergio Leone e C'era una volta in America, ad oggi forse IL film per eccellenza nella mia personale classifica, ma visto troppo tardi, troppe volte, troppo intensamente con troppi pop corn e troppe discussioni.
Che la prova del nove per frequentare qualcuno fosse invitarlo al cinema e' palese.
Possibilmente a qualche visione astrusa, d'essai o comunque fuori dai soliti circuiti. Per testarne la resistenza, forse, ma anche la propensione ad innamorarsi dell'arte.
Perche' io mi innamoro proprio di un fotogramma o di una storia, di una luce, di un personaggio o di una citazione e quando questo accade, ecco li' un nuovo universo che si spalanca. Un frammento che si aggiunge alla stratificazione di senso di cui impregno i miei giorni felici.
Ricordo di quando portai mia madre a una rassegna di film francesi; ricordo il mio primo lungometraggio in lingua originale
a Belfast e l'insofferenza per il doppiaggio che ho sviluppato da quel preciso momento.
Ricordo il primo film visto con mio marito - e conservo ancora quel biglietto. Non ricordo la storia ma so che rimanemmo per ore a parlare di Kurt Elling nel parcheggio del multisala dopo la proiezione.
Non esattamente un luogo poetico, ma la poesia era in quel jazz dolce che ascoltavo per la prima volta.
Ricordo il cinema negli Stati Uniti, a Waltham, che sembrava fermo agli anni '40. Luogo ideale per vedere il buon Scorsese di Victor Hugo, decisamente magico in quel contesto. Gravity visto in crociera. Fanno parte dei ricordi teneri un paio di film visti a Roma, quando fantasticavo su chi si sarebbe unito per la visione, ignorando all'epoca che il buio condiviso di una sala avrebbe fatto da cassa di risonanza a troppi pensieri taciuti.
Stasera ho visto Smetto quando voglio ed e' stato davvero buffo ripensare a quando conobbi il regista, allora un ragazzetto come me. Una rassegna di cortometraggi ad Apice, a cui partecipavo come giurata. Non ho memoria neppure di un corto ma del Taurasi ingollato per tutta la sera be', di quello si'. Delle risate con Sidney, delle email con la mia amica per organizzarci a quel piccolo evento, della festa che segui', oh anche di tutto questo, si'.
Sidney Sibilia e' al suo terzo film di successo e io al mio ennesimo spicchio di sogno prima di andare a dormire. Grazie Sidney, perché è anche merito tuo se vado a letto stasera e posso raccontarmi una storia della buonanotte!
"Age cannot wither her nor custom stale her infinite variety".
martedì 16 agosto 2016
La fiction dei social media
Non scrivo per gli altri, scrivo per me. Il foglio è il mio confessore, lo psicologo. La pagina bianca è uno specchio in cui vedermi cambiato. Alle volte più maturo, altre volte semplicemente più vecchio.
Rimango sempre stupito di quanto questo esuli dal mezzo, oggi il cellulare, ieri il mio diario.
Ora, dunque, è il momento di specchiarmi, “riflettermi”. Darmi una sistemata e cercare qualche ruga in più.
Ora, dunque, è il momento di specchiarmi, “riflettermi”. Darmi una sistemata e cercare qualche ruga in più.
Questa storia dei social mi è un po’ sfuggita di mano. Non scrivo più, guardo soltanto gli altri e non so neanche il motivo, dato che la cosa mi annoia alquanto. Medito costantemente di cancellarmi, ma non lo faccio per paura di rimanere isolato.
Mi ricorda un po’ il film “One hour photo”.
Un tizio che sviluppa fotografie (Robin Williams) , guarda di nascosto le foto dei suoi clienti seguendo in maniera ossessiva una famiglia in particolare.
Nelle immagini stampate é immortalata una vita perfetta, persone semplici, sorrisi e abbracci.
Williams vive nel desiderio impossibile di essere come loro, fino a quando non scopre che il papà ritratto in quelle fotografie ha una vita parallela.
Insomma: quando ci facciamo una foto sorridiamo sempre, no? Anche se in realtà abbiamo appena litigato, pianto o semplicemente ci stiamo annoiando a morte.
Quella che rappresentiamo è una storia falsa… e mi pare pure giusto!
Prima, guardando un video “virale”, l’emozione ha preso il sopravvento: ho riso, poi ho pianto. La cosa più genuina sarebbe stato scrivere la mia reazione, ma non l’ho fatto, perché erano affari miei e non volevo lo sapessero tutti i miei “amici”.
Allora ho capito, forse. I social sono fiction. E non possono essere altro.
Sorridiamo, e facciamoci ‘sto selfie. Che ci sta pure bene se uno è in gita a Timbuktu.
Ma per te, non per chi ti legge.
Così magari ti riguardi tra qualche anno e pensi: ma che fine ha fatto quella giacca?
Alla fine è utile pure.
Ne ho le scatole piene di foto di gente sempre e ovunque, di quelli che reggono cartelli, degli aforismi motivazionali e soprattutto, basta alle foto degli spaghetti ai frutti di mare!
Qui c’è gente che soffre!
Mi ricorda un po’ il film “One hour photo”.
Un tizio che sviluppa fotografie (Robin Williams) , guarda di nascosto le foto dei suoi clienti seguendo in maniera ossessiva una famiglia in particolare.
Nelle immagini stampate é immortalata una vita perfetta, persone semplici, sorrisi e abbracci.
Williams vive nel desiderio impossibile di essere come loro, fino a quando non scopre che il papà ritratto in quelle fotografie ha una vita parallela.
Insomma: quando ci facciamo una foto sorridiamo sempre, no? Anche se in realtà abbiamo appena litigato, pianto o semplicemente ci stiamo annoiando a morte.
Quella che rappresentiamo è una storia falsa… e mi pare pure giusto!
Prima, guardando un video “virale”, l’emozione ha preso il sopravvento: ho riso, poi ho pianto. La cosa più genuina sarebbe stato scrivere la mia reazione, ma non l’ho fatto, perché erano affari miei e non volevo lo sapessero tutti i miei “amici”.
Allora ho capito, forse. I social sono fiction. E non possono essere altro.
Sorridiamo, e facciamoci ‘sto selfie. Che ci sta pure bene se uno è in gita a Timbuktu.
Ma per te, non per chi ti legge.
Così magari ti riguardi tra qualche anno e pensi: ma che fine ha fatto quella giacca?
Alla fine è utile pure.
Ne ho le scatole piene di foto di gente sempre e ovunque, di quelli che reggono cartelli, degli aforismi motivazionali e soprattutto, basta alle foto degli spaghetti ai frutti di mare!
Qui c’è gente che soffre!
E ora ”Cheese”...
P. S.: ai miei amici di Facebook. In un brano bisogna sempre distinguere l’autore dall’uomo. L’autore dice cose che l’uomo non necessariamente condivide. Quindi mi dissocio completamente da me.
P. S.: ai miei amici di Facebook. In un brano bisogna sempre distinguere l’autore dall’uomo. L’autore dice cose che l’uomo non necessariamente condivide. Quindi mi dissocio completamente da me.
Luigi
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