venerdì 25 maggio 2018

Cazza la randa


Alle superiori io e il mio compagno di banco ci divertivamo a scrivere sonetti - tranquilli, ci facevamo pure le canne - per lo più canzonatori.
Aspiravamo a diventare i Teofilo Folengo del XXI secolo.
Nonostante il progetto giovanile sia chiaramente fallito, da qualche tempo mi diletto nuovamente a comporre in rima, ma senza canne.
Questa qui è perfetta per il blog: la tristissima storia di chi si trasferisce all'estero  (#nonchiamatemiemigrante), in 3 lingue.
Per chi non conoscesse l'hashtag, bastano i primi 10 secondi di questo video: https://www.youtube.com/watch?v=E75fjbTHEOA&start=15


(Napulitane)
Nu marinaro senza na bannera,
che nun po scennere a nisciuno puorto.
Si scenn va ‘mbriaco truculianno,
senza capí maje addò ’o port a sciorta.

Accussí chi luntano se n’è gghiuto
a nu paese che nun era ‘o suoje,
nun tene lengua, nun tene bandiere.
Canosce ‘o tiempo, specialmente… “ajere”.

A terra soja mo s’aiza e acala,
s’infizz ‘int ‘e pertuse e a copp’ e scale
zompa. T’allaga na cistern’ e ancora
mporpa ‘o lignamm e scass pure ‘o ffierr.

Si vaje pe mmare ‘o saje ca tanta vote
Da quacche parte t’hê ferma’ pe forza
e capita che gente ne canusce
ma nu vo dice’ ch’a pierde sta scorza.

Vulisse salutà ma t’hê scurdat
“se dice bonne soire o buona sera?”
e pure va a ferní c’a lengua a ‘ncarr,
ma chi te sta a sentì fa ‘a faccia nera.

È jiuta comm è jiuta, penso sempe
e a luntananza te fa ll’uocchie buone,
capisce tanta cose overamente,
ma vale a pena po’a tenè ragione?

(Italiano)
Un marinaio senza una bandiera,
Che non può fermarsi in nessun porto.
Se scende va ubriaco traballando,
Senza capire dove lo condurrà la sorte.

Cosí chi se ne è andato lontano
In un paese che non era il proprio,
Non ha lingua e non ha bandiere.
Conosce il tempo, specialmente… “ieri”

La sua terra adesso: si alza e si abbassa,
Si infila nei buchi e salta giù dale scale.
Allaga una cisterna e infine
Impregna il legno e spezza anche il ferro.

Se vai per mare sai che molto spesso
In qualche posto devi fermarti per forza
E succede che conosci molta gente
Ma non vuol dire che perdi questa scorza.

Vorresti salutare ma l’hai scordato.
“Si dice buonne soire o buona sera?”
e talvolta va a finire che la lingua la indovini
ma chi ti ascolta si fa scuro in volto.

È andata com’è andata, penso sempre
E la lontananza ti migliora la vista,
Capisci davvero tante cose,
Ma vale la pena poi avere ragione?

(English)
A sailor without a flag,
That can not stop in any port.
If he goes down he goes drunk shuddering,
Not realizing where the fate will lead him.

So who has moved far away
In a country that was not his own,
has no language and has no flags.
He knows the time, especially ... "yesterday"

His homeland now gets up and down,
It lurks into the holes and jumps down the stairs.
Floods a tank and finally
Soaks the wood and breaks iron.

If you go by sea you know that very often
Somewhere you have to stop necessarely
And it happens that you know a lot of people
But it does not mean you lose your peel.

You would like to say hello but you have forgotten.
"Are you saying bonne soire or buona notte?"
And sometimes it turns out that the language is right
But whoever listens to you darkens in anger.

It is what it is, I always think
And the distance improves your sight,
You really understand so many things,
But is it worthwhile to be right?
Luigi

venerdì 13 aprile 2018

Matrimonio all'italiana

Dici matrimonio ma, a meno che non sia il tuo, non dovresti cominciare a pensarci con mesi di anticipo. Il fatto è che a me i matrimoni piacciono, ma proprio tanto. Naturalmente, quelli di un amico hanno una marcia in più. La maggior parte delle persone -suvvia, si può confessare- quando riceve una partecipazione ha più o meno una reazione che si condensa in un "che noia!", solo più colorita.
Io no. Non di solito, almeno. Io comincio a mettere in moto la mia personale macchina del "cosa mi metto, cosa riciclo, e le scarpe?" con gran soddisfazione, eh. Ovviamente so che devo trattenermi dal fare shopping e aspettare l'ultimo paio di mesi; so bene che NO, NON SONO LA SPOSA, e a nessuno realmente interesserà come sono vestita, ok, ho capito, la parrucchiera non può aprire il negozio solo per me la domenica mattina (ah, no?). Non mi tocca neanche la truccatrice a casa, che ci vuoi fare.
Ma io amo lo stesso il dolce trambusto di un matrimonio. L'idea di una giornata diversa, ricca di cibo, musica, vino, chiacchiere, gente che non conosci, gente che dovresti conoscere, gente che è meglio far finta di non conoscere, gente che nemmeno ricordi di conoscere...
I matrimoni son belli. Io, tipo, non vedo l'ora che si sposi uno dei miei cugini o qualche amico qui, che ho a portata di mano, perchè allora ci si metterà a parlare di ricevimenti, menu, confetti e testimoni.
Tra qualche giorno parteciperò ad un matrimonio in Italia. Naturalmente sono in ansia come tutte le volte che torno dai miei, con l'aggiunta che stavolta me la dovrò cavare da sola. Difatti, recito la parte  dell'invitata single -  il che si traduce in guidare - e possibilmente arrivare - al (remoto) luogo prestabilito fidandomi solo del navigatore e non del cavaliere.
Però l'ansia non può rovinare l'idea che sarà un giorno speciale. Sarà bello vedere la mia cara amica che si sposa. Sarà bello tornare ancora una volta in un luogo in cui ho vissuto tanti importanti momenti della mia vita da universitaria, sarà bello rivedere vecchi amici e conoscenti festeggiare una "nuova" coppia. Sarà bello ricordare le ragazze che eravamo. Non c'è bisogno di farlo a parole, a me basta uno sguardo. Sarà bello pensare che, a dispetto dei tanti anni trascorsi, delle situazioni complicate vissute, della distanza, lei c'è stata per me e io ci sarò per lei, in questo giorno speciale.
L'unico rimpianto è che mi sarebbe piaciuto poter essere più partecipe, e così non può essere.
Mi rifaccio pensando che, anche se la quotidianità ci è negata, l'affetto è immutato.

Questo matrimonio mi ha convinta, casomai ce ne fosse bisogno, che prima o poi mi risposo pure io. Con lo stesso marito, vabbene, ma siete avvisati: se temete di ricevere un invito, meglio dirlo ora!

domenica 4 febbraio 2018

L'alcol e la nostalgia (di Mathias Énard)

C'è un un titolo altamente evocativo; c'è una donna fatale -non nel senso classico del termine, quanto letterale- c'è un Paese straniero esotico, avvolto in riti e paesaggi senza tempo. C'è un triangolo amoroso -ma anche qui, con sviluppi niente affatto scontati-  c'è l'inverno russo, quello che doma e che non può essere domato. C'è un po' Checov e un po' Bukowski.
E c'è un treno, IL treno per eccellenza, quella Transiberiana che da Mosca arriva a Novosibirsk, a fare da sfondo al flusso di coscienza del protagonista, per il quale i ricordi diventano grammi di vodka da bere d'un fiato in memoria dell'amico morto.
Amico o rivale? I confini di questo rapporto sono sfumati: ma basta il suo solo nome, pronunciato in un sussurro telefonico alle tre del mattino da quella che è la sua (ex?) fidanzata, a fargli prendere un volo da Parigi e tornare a Mosca, "la città dei mille campanili e delle mille e tre torri".
Rievocare un'amicizia non è mai facile: unirci il rimpianto per essere andati via, un amore troppo grande per essere contenuto nell'illusione della monogamia e la rivalità che si nutre di un ancestrale concetto di virilità può renderlo addirittura insopportabile.
Ciascuno dei tre protagnisti si anestetizza come può e come sa: la droga diventa quasi il mezzo per tessere un legame che da lucidi spezzerebbe il cuore e corromperebbe la ragione. Di certo, fa saltare i paletti del noto e del giusto, fa fare a pugni e fa mangiare "funghi e schifezze con panna acida" in piena notte.

L'alcol e la nostalgia è un libro che si legge d'un fiato, complici le 71 pagine. Una brevità densa, in cui il finale importa poco. Come nei migliori viaggi, il senso è nel viaggiare stesso, nel percorso, nella fila di parole in cui ci sono pochissimi punti e tantissime, troppe virgole a dettare il ritmo dei pensieri di Mathias.
Jeanne fa pensare ad una certa Marla, ma non c'è bisogno di essere insonni o di tentare il suicidio per attirare l'attenzione o inventarsi un io diverso: bastano l'amore per la letteratura, la fragilità delle controparti maschili, il non detto che diventa l'àncora dei ricordi scolpiti nel ghiaccio dell'inverno russo.

Non è un libro per tutti, non è un libro facile ma è un libro poetico, suggestivo, seducente: ottimi ingredienti per una lettura che è destinata a lasciare il segno.  

venerdì 15 dicembre 2017

Cinema e nuvole

Vi ricordate la storia degli alcolici? Ad ognuno poteva corrispondere un momento saliente della mia vita.
Ecco, lo stesso gioco lo potrei fare con i film. Meglio, con l'andare al cinema a vedere film, un'abitudine ormai consolidata che devo in toto ad un mio ex fidanzato.
Il punto e' che -ammettiamolo- la vita e' fatta di prime volte.
Quindi finisci per ricordare ogni piu' piccolo dettaglio di film e serate trascorse con gente che hai visto talmente poco che puoi contarne le ore, rispetto ai lunghi anni di frequentazioni assidue a cineforum.

In questi ultimi giorni sto andando a cinema da sola, e non mi dispiace affatto.
Via libera ai flashback, via libera ai ricordi.
Come quella volta in cui mi hanno trascinato a vedere un episodio della saga dei Pirati dei Caraibi, da me allegramente snobbata fino a quel momento. Mi dovetti ricredere e dovetti recuperare in poche notti. La bussola che punta a "Cio' che piu' desideri al mondo" avrebbe puntato all'oblio ma si sarebbe persa in notti fatte di cocktail con la Redbull, incontri estivi, corse sui tetti - e intendo letteralmente, tetti e corse.

O come quella volta -unica a dire il vero- in cui la cinefila che e' in me anziché guardare il film si perse negli occhi del proprio accompagnatore. Povero Ozpetek. Sacrificato in nome delle bugie che ci raccontavamo, dei baci, delle promesse; incuranti degli  spettatori, senza che ci accorgessimo che eravamo già alla fine, senza che ci fosse stato un principio, un mentre o un poi.

C'e' gente con cui non condivido realmente una storia ma un film. O meglio, con cui condivido lo spazio di un film.
Come Sergio Leone e C'era una volta in America, ad oggi forse IL film per eccellenza nella mia personale classifica, ma visto troppo tardi, troppe volte, troppo intensamente con troppi pop corn e troppe discussioni.

Che la prova del nove per frequentare qualcuno fosse invitarlo al cinema e' palese.
Possibilmente a qualche visione astrusa, d'essai o comunque fuori dai soliti circuiti. Per testarne la resistenza, forse, ma anche la propensione ad innamorarsi dell'arte.
Perche' io mi innamoro proprio di un fotogramma o di una storia, di una luce, di un personaggio o di una citazione e quando questo accade, ecco li' un nuovo universo che si spalanca. Un frammento che si aggiunge alla stratificazione di senso di cui impregno i miei giorni felici.

Ricordo di quando portai mia madre a una rassegna di film francesi; ricordo il mio primo lungometraggio in lingua originale
a Belfast e l'insofferenza per il doppiaggio che ho sviluppato da quel preciso momento.
Ricordo il primo film visto con mio marito - e conservo ancora quel biglietto. Non ricordo la storia ma so che rimanemmo per ore a parlare di Kurt Elling nel parcheggio del multisala dopo la proiezione.
Non esattamente un luogo poetico, ma la poesia era in quel jazz dolce che ascoltavo per la prima volta.
Ricordo il cinema negli Stati Uniti, a Waltham, che sembrava fermo agli anni '40. Luogo ideale per vedere il buon Scorsese di Victor Hugo, decisamente magico in quel contesto. Gravity visto in crociera. Fanno parte dei ricordi teneri un paio di film visti a Roma, quando fantasticavo su chi si sarebbe unito per la visione, ignorando all'epoca che il buio condiviso di una sala avrebbe fatto da cassa di risonanza a troppi pensieri taciuti.

Stasera ho visto Smetto quando voglio ed e' stato davvero buffo ripensare a quando conobbi il regista, allora un ragazzetto come me. Una rassegna di cortometraggi ad Apice, a cui partecipavo come giurata. Non ho memoria neppure di un corto ma del Taurasi ingollato per tutta la sera be', di quello si'. Delle risate con Sidney, delle email con la mia amica per organizzarci a quel piccolo evento, della festa che segui', oh anche di tutto questo, si'.
Sidney Sibilia e' al suo terzo film di successo e io al mio ennesimo spicchio di sogno prima di andare a dormire. Grazie Sidney, perché è anche merito tuo se vado a letto stasera e posso raccontarmi una storia della buonanotte!

 "Age cannot wither her nor custom stale her infinite variety".

martedì 16 agosto 2016

La fiction dei social media

Non scrivo per gli altri, scrivo per me. Il foglio è il mio confessore, lo psicologo. La pagina bianca è uno specchio in cui vedermi cambiato. Alle volte più maturo, altre volte semplicemente più vecchio.
Rimango sempre stupito di quanto questo esuli dal mezzo, oggi il cellulare, ieri il mio diario.
Ora, dunque, è il momento di specchiarmi, “riflettermi”. Darmi una sistemata e cercare qualche ruga in più. 

Questa storia dei social mi è un po’ sfuggita di mano. Non scrivo più, guardo soltanto gli altri e non so neanche il motivo, dato che la cosa mi annoia alquanto. Medito costantemente di cancellarmi, ma non lo faccio per paura di rimanere isolato.
Mi ricorda un po’ il film “One hour photo”.
Un tizio che sviluppa fotografie (Robin Williams) , guarda di nascosto le foto dei suoi clienti seguendo in maniera ossessiva una famiglia in particolare.
Nelle immagini stampate é immortalata una vita perfetta, persone semplici, sorrisi e abbracci.
Williams vive nel desiderio impossibile di essere come loro, fino a quando non scopre che il papà ritratto in quelle fotografie ha una vita parallela.
Insomma: quando ci facciamo una foto sorridiamo sempre, no? Anche se in realtà abbiamo appena litigato, pianto o semplicemente ci stiamo annoiando a morte.
Quella che rappresentiamo è una storia falsa… e mi pare pure giusto!
Prima, guardando un video “virale”, l’emozione ha preso il sopravvento: ho riso, poi ho pianto. La cosa più genuina sarebbe stato scrivere la mia reazione, ma non l’ho fatto, perché erano affari miei e non volevo lo sapessero tutti i miei “amici”.
Allora ho capito, forse. I social sono fiction. E non possono essere altro.
Sorridiamo, e facciamoci ‘sto selfie. Che ci sta pure bene se uno è in gita a Timbuktu.
Ma per te, non per chi ti legge.
Così magari ti riguardi tra qualche anno e pensi: ma che fine ha fatto quella giacca?
Alla fine è utile pure.
Ne ho le scatole piene di foto di gente sempre e ovunque, di quelli che reggono cartelli, degli aforismi motivazionali e soprattutto, basta alle foto degli spaghetti ai frutti di mare!
Qui c’è gente che soffre!
E ora ”Cheese”...

P. S.: ai miei amici di Facebook. In un brano bisogna sempre distinguere l’autore dall’uomo. L’autore dice cose che l’uomo non necessariamente condivide. Quindi mi dissocio completamente da me.
Luigi

venerdì 1 aprile 2016

“Se inizierò a parlare di amore e stelle, vi prego: abbattetemi.”



C'è chi potrebbe parlare di aneddoti e momenti salienti della propria vita partendo dalle canzoni che ascoltava in uno specifico momento. Chi dai libri che leggeva, chi da questo e quello, o da altro ancora.
Oggi, dopo una battuta su whatsapp con un'amica, mi è venuto in mente che potrei fare lo stesso ripescando gli alcolici che ero solita bere qualche tempo fa. E' strano, ma ve ne sono alcuni che hanno segnato le stagioni, le amicizie, perfino gli amori.

Nel mio elenco semiserio di alcolici che non bevo più mi è subito venuta in mente la vodka, specie quella al melone. La vodka ha svariate caratteristiche che si confacevano perfettamente a noi adolescenti squattrinati: è alta in gradazione, se ne trova di molto economica e puoi illuderti di bere un cocktail utilizzando semplicemente quelle alla frutta. Per qualche non meglio identificato motivo andava forte quella al melone. Nonostante il suo profumo evochi notti in spiaggia, pasquette con gli amici in località cilentane, libertà, estate ed idiozie ecco, nonostante ciò, neppure in una fase di patetica nostalgia acuta mi verrebbe mai in mente di farmi un cicchetto di 'sta roba. Forse ha a che vedere con il fatto che certi capitoli sono belli perchè passati, stanno lì, ricordi indelebili divertenti da evocare ma di certo non da rivivere.

Diverso il Southern Comfort. Il Southern Comfort era LA bevanda, se così si può dire, mia e della mia migliore amica. Andavamo in giro, di bar in bar, a farcene versare un bicchierino, per il solo gusto di fare qualcosa che ci sembrava il massimo della trasgressione. Perfino, eravamo convinte ci piacesse! Il Southern Comfort ha il sapore di Acciaroli, dei giri in motorino, dello scendere in pigiama (e che, mica dovevo venire in UK per farlo!), delle canzoni urlate a squarciagola, dei ragazzi -tanti, troppi per rimanere sobrie- che ci offrivano un giro la sera. Loro restavano puntualmente a bocca asciutta - le ragazze la sanno lunga- ma noi avevamo salvato la paghetta settimanale. Però, se è vero come è vero che non tocco quel whiskey da quando avrò 19 anni - e, per carità, adesso solo doppio malto invecchiato, magari scozzese- l'amica è rimasta. A distanza, nonostante i litigi, i cambiamenti di vita, nonostante da circa 10 mesi si parli solo di pupi, nonostante siamo ancora più diverse di quanto lo fossimo a 18 anni, ecco lei c'è. E ci sarà sempre.

Non così poetica, forse, la faccenda della birra bianca, la Weiss che scoprii in un pub praghese a Nola. Voglio dire, ragazzi, un pub che si spaccia per praghese e che sta a Nola, capite il livello della faccenda. Però la birra era buona. Solo che raramente la bevevo in compagnia. Era più: "io birra-lui forse", il che non va proprio bene. Ogni tanto, lo ammetto, lo sfizio di una birra bianca me lo faccio passare ancora. La storia racconta, però, che venendo in Nord Irlanda, che ci vuoi fare, se birra dev'essere che sia Guinness. Non ti piace ma poi ti abitui. Come ti abitui alla guida a sinistra, alla pioggia, al vento e ai luoghi comuni.

Che poi, dici Irlanda e pensi pure al Baileys, mica solo alle pecore e ai trifogli. Uh, il Baileys. Posso scrivere con esattezza l'ultima sera in cui ne ho bevuto un bicchierino, anche se per essere precisa dovrei confessare una bottiglia intera. In due. Dettagli. 4 gennaio 2007. Requiem aeternam per la famosa crema e per un amore bruciato, e non dal fuoco che ardeva nel caminetto quella notte. Che strano, per me il tradimento ha il sapore dolciastro e lattiginoso della crema alcolica al caffè.

Da lì in poi, i gusti si sono fatti più netti, precisi, sofisticati.
Da lì in poi, ho iniziato ad essere un'adulta, anche se all'epoca non lo sapevo ancora.
I riti di passaggio sono indispensabili nella mia concezione del tempo.
Ho imparato ad amare i brandy invecchiati dal retrogusto di ciliegia, ma solo se li scaldi; i vini di qualità - che una bottiglia è fatta per durare non per essere scolata d'un fiato; il sempreverde Martini - non dry -bianco- grazie! e senza acqua tonica, solo ghiaccio e limone. Resta l'Aperol, che sofisticato non sarà, ma per me espatriata si porta dietro il sapore di casa, di periferia romana e di un aperitivo "rubato". Ho scoperto il Porto, ma "Vintage", che va gustato goccia a goccia, esaltato da un buon fado di cui ambisco a comprendere le parole. E ho deciso che investo in un buon bicchiere, magari uno soltanto, perchè voglio poter tirare fuori bei ricordi dai cassetti per molto altro tempo ancora...

“Ecco il problema di chi beve, pensai versandomene un altro: se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; se non succede niente si beve per far succedere qualcosa.” Charles Bukowski

mercoledì 11 novembre 2015

Speaking Music, an Italian Jazz Night

Eravamo indecisi su cosa scrivere e su come farlo.
Ma, in fin dei conti, perché?
forse perché le aspettative sono tante, perché avremo l'onore di suonare con Scott Flanigan e Linley Hamilton, perché vorremmo essere all'altezza del pubblico che verrà a sentirci

ehm... perché vorremmo innanzitutto avercelo, un pubblico.

Quindi, bando alle ciance, fiato alle trombe -è il caso di dirlo- e cominciamo col chiedervi di non prendere impegni per domenica 6 dicembre ore 18.

Grazie al patrocinio dell'Istituto italiano di Cultura di Edimburgo siamo più che felici di invitarvi alla serata "Speaking Music, an Italian Jazz Night", pensata per coniugare musica e poesia in onore della settimana della lingua italiana nel mondo.
Il concerto vedrà la partecipazione del trio composto da: Luigi Cirillo (voce e chitarra), Scott Flanigan (pianoforte), Linley Hamilton (trombe), e si propone di raccontare le tante declinazioni della "lingua più bella del mondo" attraverso la poetica del novecento.

Al termine ci sarà l'occasione per scambiarsi gli auguri, brindare con il console e parlare di un 2016 ricco di nuovi eventi (speriamo).