Sono stata a Varsavia lo scorso luglio. Un viaggio non realmente pianificato, perché nel 2012 Luigi e io avevamo eletto a meta dell'anno Helsinki, la Lapponia e il sole di mezzanotte.
Biglietti presi più per aggiungere un'altra bandierina al nostro nutrito carnet di viaggi che per convinzione.
Oh, quanto ho dovuto ricredermi.
Il lato indimenticabile di Varsavia è invisibile, è fatto di ombre, di storie sussurrate e di simboli strazianti. Avere la sensazione di essere costantemente immersi in un passato che ristagna come fumo di fabbrica, perché se è vero che solo poche pietre, talvolta, sono rimaste in piedi, la loro testimonianza, il muto grido di agghiacciante orrore che gridano al cuore del visitatore non può essere ignorato.
Varsavia è stata la città degli ebrei, la città del ghetto, la città delle spie, la città delle bombe, della divisione, delle partenze e della tragedia. Ma anche la città di Chopin, dei teatri, della musica.
Mi addormentavo ogni notte a stento. Impossibile non pensare a tutto ciò che in questo luogo è successo, specie durante la Seconda Guerra Mondiale. Mi sentivo attorniata da volti, occhi e mute richieste di non dimenticare. Io a Varsavia non tornerei – fa troppo male - ma cerco di convincere chiunque ad andarci. Per una volta nella vita, è necessario confrontarsi con il grumo di ricordi che questa città porta con sé, accettandone il dolore, l'impegno nella ricostruzione, la violenza del real-socialismo, la perdita di identità e il ritrovarsi in un'Europa che dovrebbe guardare ad Est più di quanto non sia in grado di fare.
L.