giovedì 9 luglio 2015

Altrove, un'altra volta.

Cento, mille addii…
Anzi duecento, duemila addii.
Gli addii sono sempre doppi qui: andata e ritorno. Come i biglietti aerei, che anche quando sai di non tornare conviene comunque comprarli A/R.
Difficile abituarsi, ma se non fosse così non sarebbe un addio.

Tu comunque sei il "frequent flyier" dell’addio e conosci tutti i trucchi del mestiere:
- riconosci sempre la fila più’ veloce,
- non pensi mai all’addio prima che stia accadendo,
- razionalizzi il bagaglio per un controllo rapido e efficiente,
- ti focalizzi sul qui ed ora.

Ciò nonostante finisci sempre col dimenticarti gli spicci nella giacca al metal detector, ed il viaggio diventa piano armonico dell’addio, la volta che amplifica e proietta la solitudine di chi non vuol essere solo.

Almeno non ora, almeno non qui.
Luigi


martedì 7 luglio 2015

La musica fa

Il silenzio prima dell’applauso dura un tempo indefinito.

L'istante in cui la musica finisce, l'arte si materializza, e, diventando compiuta, svanisce. Ma subito dopo, nel limbo, cosa c'è?

In quella "inflatio" prima dell’esplosione, quando la voce é stanca e le mani fanno male...
Non esistono strumenti musicali, c'e' solo il corpo: cervello, cuore e sudore; e la musica, il suo direttore.


Quando é allo stesso tempo troppo presto per tornare a studiare, ma anche troppo tardi.

Perché quando finisce la musica non ha importanza che ti sia piaciuto o no, lei ti ha semplicemente usato, e da attento artigiano sei stato trasformato nella confezione, neanche troppo bella, di un regalo che non é per te.
La musica é un’amante esigente e bugiarda: é una stronza!
Luigi

giovedì 10 aprile 2014

Napoli Londra, un sabato qualunque

Un volo di routine, il Napoli-Londra delle 16 e 35. Almeno per me, che frequento la tratta varie volte l'anno. Stavolta niente ingorghi ai metal detector, niente da segnalare al controllo passaporto. Si comincia al gate con un grande classico: la fila "all'italiana". Che fila poi non è: si tratta piuttosto di un mucchio umano che si muove con andamento gelatinoso. A gomitate conquisto il mio posto, lato corridoio, ma la  felicità dura poco. Le due file avanti sono occupate da un gruppo di scalmanate tra i 28 e i 42 anni in viaggio-annuale-per-sole-donne. Le signore credono di essere le protagoniste di "sex and vomero city" in abiti scadenti e inglese alla Biscardi.
"No, la valigia non te la do" dice una  all'hostess che voleva riporla nella cappelliera; mentre un'altra fa : "Il telefono non posso spegnerlo, devo fare il video, v-i-d-e-o (è inglese, accidenti!) per mio marito".

Non ci si ferma neanche davanti alla richiesta di allacciare le cinture: "A Sharm non le ho mai allacciate, senza che insisti, bionda", riferito ad una sempre più allibita assistente di volo.
Ma il momento "misure di sicurezza a bordo" è senza precedenti. Lo steward, di spalle alle "signore", offre l'angolazione ideale e il migliore assist per apprezzamenti da sexual assault, coordinati ai gesti esplicativi della capobranco, alzatasi per l'occasione. Immancabile, infine, la foto ricordo, al posteriore, intendo.
Vi risparmio le discussioni di cui, mio malgrado, non sono  riuscita a perdere neanche una parola(ccia).
Il clou, tuttavia, è all'atterraggio quando una si ricorda di soffrire  di claustrofobia e comincia a urlare in preda ad un attacco di panico. Le amiche le fanno scudo con fair play al grido di: "Everybody sit down", chiaramente ignorato dai più. Nel caos una  voce si leva: "Sorella, stai sbagliando proprio, tu in aereo non ci dovevi venire". Saggezza popolare spiccia, ma pur sempre perle ai porci.

Non crediate finisca qui. Anche sul Londra Belfast mi sono sentita a casa, nonostante fossi l'unica sobria a bordo.
L'hostess, come una maestrina agli alunni indisciplinati, ha dovuto redarguire metà dei passeggeri, minacciando di negar loro l'imbarco per un anno al successivo coro da stadio.

Mi sono informata, si può fare.

martedì 4 marzo 2014

Italia sogna e sogna Italia

Che poi, diciamocelo, basta poco a scatenare la fantasia. Una mano in tasca, l'aria un po' spavalda, un sorriso sornione e qualche parola ben calibrata. Potenza dell'immagine che rimanda l'idea che chi è lì è perfettamente a proprio agio, padrone della situazione. Puoi sedurre una donna o una nazione. Sì, mi piace un leader politico che seduce. Mi piace la costruzione di un "principe" machiavellico specie se non si tratta del solito "uomo forte".
Un esempio, eccellente perché incompiuto, ce l'ha fornito Kennedy. Gli perdoniamo "Happy birthday Mr. president" e non per invidia ma per genuina simpatia. Se Berlusconi ha fatto innamorare per un desiderio di emulazione stavolta il meccanismo è meno perverso.

Ha a che vedere con la creazione di un nuovo mito. Il quale, se ben raccontato se ben interpretato, rappresenta un'arma vincente per la leadership. D'altra parte questo strumento acchiappa-consenso non deve parlare alla razionalità. Quando ti innamori puoi perdonare un fallimento. Anche una dimenticanza o un difetto.
Quella mano in tasca potrà esser stata una strategia di comunicazione o un riflesso personale ma, in entrambi i casi, è l'aria strafottente -solo un poco, solo il giusto- ad aver catturato la mia attenzione. Il meta-testo si svincola da rughe, cerone, doppiopetto; dimentica il contenuto, il linguaggio, la parola e costruisce l'icona.

lunedì 18 marzo 2013

Belfastiani all'estero: Radio Varsavia


Sono stata a Varsavia lo scorso luglio. Un viaggio non realmente pianificato, perché nel 2012 Luigi e io avevamo eletto a meta dell'anno Helsinki, la Lapponia e il sole di mezzanotte.
Biglietti presi più per aggiungere un'altra bandierina al nostro nutrito carnet di viaggi che per convinzione.
Oh, quanto ho dovuto ricredermi.


Varsavia mi è entrata nella pelle e non è andata più via. Non so dire se sia bella, nel senso tradizionale del termine. Probabilmente, l'architettura sovietica di cui è imbevuta è ben lontana dall'essere degna di nota ma la poesia della città risiede nella sua storia. Nell'archeologia dei sentimenti che puoi scoprire con una buona guida e una certa dose di pazienza.
Il lato indimenticabile di Varsavia è invisibile, è fatto di ombre, di storie sussurrate e di simboli strazianti. Avere la sensazione di essere costantemente immersi in un passato che ristagna come fumo di fabbrica, perché se è vero che solo poche pietre, talvolta, sono rimaste in piedi, la loro testimonianza, il muto grido di agghiacciante orrore che gridano al cuore del visitatore non può essere ignorato.

Varsavia è stata la città degli ebrei, la città del ghetto, la città delle spie, la città delle bombe, della divisione, delle partenze e della tragedia. Ma anche la città di Chopin, dei teatri, della musica.

Mi addormentavo ogni notte a stento. Impossibile non pensare a tutto ciò che in questo luogo è successo, specie durante la Seconda Guerra Mondiale. Mi sentivo attorniata da volti, occhi e mute richieste di non dimenticare. Io a Varsavia non tornerei – fa troppo male - ma cerco di convincere chiunque ad andarci. Per una volta nella vita, è necessario confrontarsi con il grumo di ricordi che questa città porta con sé, accettandone il dolore, l'impegno nella ricostruzione, la violenza del real-socialismo, la perdita di identità e il ritrovarsi in un'Europa che dovrebbe guardare ad Est più di quanto non sia in grado di fare.

L.

venerdì 8 febbraio 2013

Diventare settentrionali


L'italiano emigrante moderno, qui ne trovate un assaggio, nel suo triste esilio in Nord Europa, può  sviluppare alcune serie patologie, spesso riassunte volgarmente con il nome di comesidiceinitaliano.
In generale, infatti, è caratterizzato da difficoltà nel linguaggio. 
Inoltre, il concetto di spazio e tempo si confondono.  Potrà quindi rispondere a semplici domande con un: "ma qui o lì?", "ma su o giù?", "ma noi o loro?"

Per aiutarvi nell'individuazione della malattia utilizzerò  un approccio scientifico e mi affiderò alle seguenti abbreviazioni da bugiardino:
Anamnesi o Sintomatologia = A
Cura o Posologia = C


A: Bolle scure sulle mucose della bocca.
C: State cominciando a bere tea in maniera continuativa. Il boiler è nato originariamente come strumento di tortura, ma un giorno non potrete fare a meno.
Per proteggervi, ricordate che il tea non è un caffè espresso, osservate gli indigeni e sorseggiate, lentamente, conversando. Quando vi accorgerete di bere tea a ferragosto il peggio sarà ormai passato.

A: Crisi da abbandono e da solitudine. Quando uscite la sera non c'è nulla da fare se non andare al pub.
C: Spostate le lancette dell'orologio di 4/5 ore indietro - avete infatti la fortuna di lavorare "solo" 8 ore al giorno - e rinunciate a tradurre "Aperitivo al Lido".

A: Nonostante gli anni di allenamento non riuscite a bere più di 2/3 birre.
C: Cambiate compagnia.

A: Labirintite, giramenti di testa. Le case di legno vi sembrano traballanti per i vostri standard.
C: Tiratevi su pensando alle zone sismiche.

A: Qualcuno per strada vi ha preso per un polacco.
C: Non c'è nulla che non vada nella vostra acconciatura. Passateci sopra e cominciate a conversare: dopo avervi sentito parlare sicuramente vi catalogheranno come francese o spagnolo.

A: Scrivete gli SMS in perfetto bimbominkia-inglese e il vostro blog si chiama Italians drinking tea.
C: Consultate immediatamente un medico, potreste essere diventati me.

Se poi vi succede di prendere un appuntamento con più di una settimana di anticipo, fissando l'orario con una precisione superiore al quarto d'ora, nessuno vi può aiutare. Prenotate immediatamente una vacanza in Italia e pregate che passi.
Luigi

venerdì 1 febbraio 2013

Reinventando la ruota

Nonostante sia un "software engineer" -non traduco per non incappare in qualche tassa italiana sconosciuta- non mi ritengo un appassionato di tecnologia.
Quando mi viene chiesto se io lo sia, immagino un uomo primitivo accarezzare la propria clava.

Io la clava non la amo, al massimo la uso.

Anzi, trovo molto triste che alcuni annunci di lavoro nell'IT facciano esplicito riferimento alla passione per la tecnologia. Come se aver fatto la fila per comprare l'ultimo gadget possa essere  un valore aggiuto alla propria professionalità.

In generale, ritengo che la tecnologia digitale sia sopravvalutata.
I passi da gigante della produzione industriale degli ultimi 30 anni devono tutto alla letteratura informatica prodotta durante  la seconda guerra mondiale: sto parlando di Alan Turing, per chi lo conosce.
È lui che vi ha cambiato la vita, non i tablet. Ancor meno Steve Jobs, che semplicemente  ve li vende(va) ben confezionati.

Sembra il discorso di uno che rosica. Invece è quello di un "appassionato di scienze", questo sì, che combatte col telefono nuovo perchè per scrivere deve usare il touchscreen.

Comunque non pensate che ce l'ho solo con Steve Jobs. La mia idiosincrasia tecnologica ha radici lontane infatti, ritengo la ruota l'invenzione più sopravvalutata della storia. Molto meglio tronchi e carrucole se non hai ancora inventato la strada. Luigi