venerdì 19 dicembre 2025

Margini

Non sono discreta, sono etica.

A volte qualcuno ti apre una porta che con gli altri resta chiusa.
Ti racconta cose che non circolano, che non stanno in nessun discorso pubblico.
Ecco, quindi, che nasce un obbligo etico: non trasformare quella fiducia in un racconto per altri.​

Mi capita spesso di avere un accesso privilegiato a qualcuno.
Vuol dire vedere cose che gli altri non vedono, conoscere dettagli. So che questo crea un potere asimmetrico: il potere di definizione.​

Parlavo con amici diversi, di situazioni diverse.
Tornava sempre lo stesso tema: capire non è il problema. Il problema è usare quella comprensione per fissare qualcuno in un’unica versione, portando fuori dal perimetro della confidenza ciò che esisteva solo lì dentro.

Non viviamo in un sistema chiuso, ed è inevitabile che storie si intreccino. Ma avere questo tipo di accesso significa anche portare più responsabilità: ogni dettaglio che potresti rivelare ha un impatto che non controlli.​

È lì che mi accorgo che esiste un confine invalicabile: c’è un momento oltre il quale non è più racconto, è esposizione. E quel momento, se lo oltrepassi, non lo puoi annullare.​

Quando dico che esistono parole private, intendo questo: parole che appartengono a uno spazio e a un momento precisi, e soltanto a quelli. Non sono segreti in senso classico, non sono fatti né aneddoti da centellinare.
Sono qualcosa di più profondo: un mirino puntato sul “sistema operativo” di una persona, uno squarcio attraverso il quale vedi la vulnerabilità più estrema.
E quello squarcio non spetta a me mostrarlo a nessuno.​

Ad esempio, c’è stata una persona (una soltanto?), tempo fa, che ha occupato molta della mia energia mentale.
Ne ho parlato a lungo, ha attraversato la mia narrazione. Aveva detto una frase, perfetta, che condensava la sua essenza e il senso del nostro rapporto.

Dal punto di vista della scrittura, mi sarebbe piaciuto usarla ovunque.

Ma è rimasta nei miei block notes, e lì resterà. Perché alcune frasi non sono materiale da racconto: servono solo a ricordarti che potresti abusare del tuo potere, e che stavolta hai deciso di no.

C’è anche un’altra considerazione.

Spesso la complessità di un legame viene banalizzata, perché la maggior parte delle persone usa lenti semplici: tragedia o farsa, amore o odio, amicizia o disinganno.

Io non ragiono così.

Per me le etichette sono complesse, stratificate, a più livelli di significato. Le relazioni non stanno in una sola parola, né in una sola versione dei fatti.

Non credo che l’interpretazione più semplice sia sempre quella giusta, soprattutto quando si parla di esseri umani. Preferisco tenere insieme più piani, più letture, più contraddizioni, anche a costo di rinunciare a una narrazione pulita.

Insomma, sono quasi l’antitesi del rasoio di Occam.
Non sarò sintetica, ma almeno non vi rovino nessuno con una spiegazione di troppo.

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