Dici matrimonio ma, a meno che non sia il tuo, non dovresti cominciare a pensarci con mesi di anticipo. Il fatto è che a me i matrimoni piacciono, ma proprio tanto. Naturalmente, quelli di un amico hanno una marcia in più. La maggior parte delle persone -suvvia, si può confessare- quando riceve una partecipazione ha più o meno una reazione che si condensa in un "che noia!", solo più colorita.
Io no. Non di solito, almeno. Io comincio a mettere in moto la mia personale macchina del "cosa mi metto, cosa riciclo, e le scarpe?" con gran soddisfazione, eh. Ovviamente so che devo trattenermi dal fare shopping e aspettare l'ultimo paio di mesi; so bene che NO, NON SONO LA SPOSA, e a nessuno realmente interesserà come sono vestita, ok, ho capito, la parrucchiera non può aprire il negozio solo per me la domenica mattina (ah, no?). Non mi tocca neanche la truccatrice a casa, che ci vuoi fare.
Ma io amo lo stesso il dolce trambusto di un matrimonio. L'idea di una giornata diversa, ricca di cibo, musica, vino, chiacchiere, gente che non conosci, gente che dovresti conoscere, gente che è meglio far finta di non conoscere, gente che nemmeno ricordi di conoscere...
I matrimoni son belli. Io, tipo, non vedo l'ora che si sposi uno dei miei cugini o qualche amico qui, che ho a portata di mano, perchè allora ci si metterà a parlare di ricevimenti, menu, confetti e testimoni.
Tra qualche giorno parteciperò ad un matrimonio in Italia. Naturalmente sono in ansia come tutte le volte che torno dai miei, con l'aggiunta che stavolta me la dovrò cavare da sola. Difatti, recito la parte dell'invitata single - il che si traduce in guidare - e possibilmente arrivare - al (remoto) luogo prestabilito fidandomi solo del navigatore e non del cavaliere.
Però l'ansia non può rovinare l'idea che sarà un giorno speciale. Sarà bello vedere la mia cara amica che si sposa. Sarà bello tornare ancora una volta in un luogo in cui ho vissuto tanti importanti momenti della mia vita da universitaria, sarà bello rivedere vecchi amici e conoscenti festeggiare una "nuova" coppia. Sarà bello ricordare le ragazze che eravamo. Non c'è bisogno di farlo a parole, a me basta uno sguardo. Sarà bello pensare che, a dispetto dei tanti anni trascorsi, delle situazioni complicate vissute, della distanza, lei c'è stata per me e io ci sarò per lei, in questo giorno speciale.
L'unico rimpianto è che mi sarebbe piaciuto poter essere più partecipe, e così non può essere.
Mi rifaccio pensando che, anche se la quotidianità ci è negata, l'affetto è immutato.
Questo matrimonio mi ha convinta, casomai ce ne fosse bisogno, che prima o poi mi risposo pure io. Con lo stesso marito, vabbene, ma siete avvisati: se temete di ricevere un invito, meglio dirlo ora!
venerdì 13 aprile 2018
domenica 4 febbraio 2018
L'alcol e la nostalgia (di Mathias Énard)
C'è un un titolo altamente
evocativo; c'è una donna fatale -non nel senso classico del termine,
quanto letterale- c'è un Paese straniero esotico, avvolto in
riti e paesaggi senza tempo. C'è un triangolo amoroso -ma anche qui,
con sviluppi niente affatto scontati- c'è l'inverno russo, quello
che doma e che non può essere domato. C'è un po' Checov e un po' Bukowski.
E c'è un treno, IL treno per
eccellenza, quella Transiberiana che da Mosca arriva a Novosibirsk, a
fare da sfondo al flusso di coscienza del protagonista, per il quale
i ricordi diventano grammi di vodka da bere d'un fiato in memoria
dell'amico morto.
Amico o rivale? I confini di
questo rapporto sono sfumati: ma basta il suo solo nome, pronunciato
in un sussurro telefonico alle tre del mattino da quella che è la
sua (ex?) fidanzata, a fargli prendere un volo da Parigi e tornare a
Mosca, "la città dei mille campanili e delle mille e tre
torri".
Rievocare un'amicizia non è
mai facile: unirci il rimpianto per essere andati via, un amore
troppo grande per essere contenuto nell'illusione della monogamia e
la rivalità che si nutre di un ancestrale concetto di virilità può
renderlo addirittura insopportabile.
Ciascuno dei tre protagnisti
si anestetizza come può e come sa: la droga diventa quasi il mezzo
per tessere un legame che da lucidi spezzerebbe il cuore e corromperebbe la
ragione. Di certo, fa saltare i paletti del noto e del giusto, fa fare a pugni
e fa mangiare "funghi e schifezze con panna acida" in piena
notte.
L'alcol e la nostalgia è un
libro che si legge d'un fiato, complici le 71 pagine. Una brevità
densa, in cui il finale importa poco. Come nei migliori viaggi, il
senso è nel viaggiare stesso, nel percorso, nella fila di parole in
cui ci sono pochissimi punti e tantissime, troppe virgole a dettare
il ritmo dei pensieri di Mathias.
Jeanne fa pensare ad una
certa Marla, ma non c'è bisogno di essere insonni o di tentare il
suicidio per attirare l'attenzione o inventarsi un io diverso:
bastano l'amore per la letteratura, la fragilità delle controparti
maschili, il non detto che diventa l'àncora dei ricordi scolpiti nel
ghiaccio dell'inverno russo.
Non è un libro per tutti,
non è un libro facile ma è un libro poetico, suggestivo, seducente:
ottimi ingredienti per una lettura che è destinata a lasciare il
segno.
venerdì 15 dicembre 2017
Cinema e nuvole
Vi ricordate la storia degli alcolici? Ad ognuno poteva corrispondere un momento saliente della mia vita.
Ecco, lo stesso gioco lo potrei fare con i film. Meglio, con l'andare al cinema a vedere film, un'abitudine ormai consolidata che devo in toto ad un mio ex fidanzato.
Il punto e' che -ammettiamolo- la vita e' fatta di prime volte.
Quindi finisci per ricordare ogni piu' piccolo dettaglio di film e serate trascorse con gente che hai visto talmente poco che puoi contarne le ore, rispetto ai lunghi anni di frequentazioni assidue a cineforum.
In questi ultimi giorni sto andando a cinema da sola, e non mi dispiace affatto.
Via libera ai flashback, via libera ai ricordi.
Come quella volta in cui mi hanno trascinato a vedere un episodio della saga dei Pirati dei Caraibi, da me allegramente snobbata fino a quel momento. Mi dovetti ricredere e dovetti recuperare in poche notti. La bussola che punta a "Cio' che piu' desideri al mondo" avrebbe puntato all'oblio ma si sarebbe persa in notti fatte di cocktail con la Redbull, incontri estivi, corse sui tetti - e intendo letteralmente, tetti e corse.
O come quella volta -unica a dire il vero- in cui la cinefila che e' in me anziché guardare il film si perse negli occhi del proprio accompagnatore. Povero Ozpetek. Sacrificato in nome delle bugie che ci raccontavamo, dei baci, delle promesse; incuranti degli spettatori, senza che ci accorgessimo che eravamo già alla fine, senza che ci fosse stato un principio, un mentre o un poi.
C'e' gente con cui non condivido realmente una storia ma un film. O meglio, con cui condivido lo spazio di un film.
Come Sergio Leone e C'era una volta in America, ad oggi forse IL film per eccellenza nella mia personale classifica, ma visto troppo tardi, troppe volte, troppo intensamente con troppi pop corn e troppe discussioni.
Che la prova del nove per frequentare qualcuno fosse invitarlo al cinema e' palese.
Possibilmente a qualche visione astrusa, d'essai o comunque fuori dai soliti circuiti. Per testarne la resistenza, forse, ma anche la propensione ad innamorarsi dell'arte.
Perche' io mi innamoro proprio di un fotogramma o di una storia, di una luce, di un personaggio o di una citazione e quando questo accade, ecco li' un nuovo universo che si spalanca. Un frammento che si aggiunge alla stratificazione di senso di cui impregno i miei giorni felici.
Ricordo di quando portai mia madre a una rassegna di film francesi; ricordo il mio primo lungometraggio in lingua originale
a Belfast e l'insofferenza per il doppiaggio che ho sviluppato da quel preciso momento.
Ricordo il primo film visto con mio marito - e conservo ancora quel biglietto. Non ricordo la storia ma so che rimanemmo per ore a parlare di Kurt Elling nel parcheggio del multisala dopo la proiezione.
Non esattamente un luogo poetico, ma la poesia era in quel jazz dolce che ascoltavo per la prima volta.
Ricordo il cinema negli Stati Uniti, a Waltham, che sembrava fermo agli anni '40. Luogo ideale per vedere il buon Scorsese di Victor Hugo, decisamente magico in quel contesto. Gravity visto in crociera. Fanno parte dei ricordi teneri un paio di film visti a Roma, quando fantasticavo su chi si sarebbe unito per la visione, ignorando all'epoca che il buio condiviso di una sala avrebbe fatto da cassa di risonanza a troppi pensieri taciuti.
Stasera ho visto Smetto quando voglio ed e' stato davvero buffo ripensare a quando conobbi il regista, allora un ragazzetto come me. Una rassegna di cortometraggi ad Apice, a cui partecipavo come giurata. Non ho memoria neppure di un corto ma del Taurasi ingollato per tutta la sera be', di quello si'. Delle risate con Sidney, delle email con la mia amica per organizzarci a quel piccolo evento, della festa che segui', oh anche di tutto questo, si'.
Sidney Sibilia e' al suo terzo film di successo e io al mio ennesimo spicchio di sogno prima di andare a dormire. Grazie Sidney, perché è anche merito tuo se vado a letto stasera e posso raccontarmi una storia della buonanotte!
"Age cannot wither her nor custom stale her infinite variety".
Ecco, lo stesso gioco lo potrei fare con i film. Meglio, con l'andare al cinema a vedere film, un'abitudine ormai consolidata che devo in toto ad un mio ex fidanzato.
Il punto e' che -ammettiamolo- la vita e' fatta di prime volte.
Quindi finisci per ricordare ogni piu' piccolo dettaglio di film e serate trascorse con gente che hai visto talmente poco che puoi contarne le ore, rispetto ai lunghi anni di frequentazioni assidue a cineforum.
In questi ultimi giorni sto andando a cinema da sola, e non mi dispiace affatto.
Via libera ai flashback, via libera ai ricordi.
Come quella volta in cui mi hanno trascinato a vedere un episodio della saga dei Pirati dei Caraibi, da me allegramente snobbata fino a quel momento. Mi dovetti ricredere e dovetti recuperare in poche notti. La bussola che punta a "Cio' che piu' desideri al mondo" avrebbe puntato all'oblio ma si sarebbe persa in notti fatte di cocktail con la Redbull, incontri estivi, corse sui tetti - e intendo letteralmente, tetti e corse.
O come quella volta -unica a dire il vero- in cui la cinefila che e' in me anziché guardare il film si perse negli occhi del proprio accompagnatore. Povero Ozpetek. Sacrificato in nome delle bugie che ci raccontavamo, dei baci, delle promesse; incuranti degli spettatori, senza che ci accorgessimo che eravamo già alla fine, senza che ci fosse stato un principio, un mentre o un poi.
C'e' gente con cui non condivido realmente una storia ma un film. O meglio, con cui condivido lo spazio di un film.
Come Sergio Leone e C'era una volta in America, ad oggi forse IL film per eccellenza nella mia personale classifica, ma visto troppo tardi, troppe volte, troppo intensamente con troppi pop corn e troppe discussioni.
Che la prova del nove per frequentare qualcuno fosse invitarlo al cinema e' palese.
Possibilmente a qualche visione astrusa, d'essai o comunque fuori dai soliti circuiti. Per testarne la resistenza, forse, ma anche la propensione ad innamorarsi dell'arte.
Perche' io mi innamoro proprio di un fotogramma o di una storia, di una luce, di un personaggio o di una citazione e quando questo accade, ecco li' un nuovo universo che si spalanca. Un frammento che si aggiunge alla stratificazione di senso di cui impregno i miei giorni felici.
Ricordo di quando portai mia madre a una rassegna di film francesi; ricordo il mio primo lungometraggio in lingua originale
a Belfast e l'insofferenza per il doppiaggio che ho sviluppato da quel preciso momento.
Ricordo il primo film visto con mio marito - e conservo ancora quel biglietto. Non ricordo la storia ma so che rimanemmo per ore a parlare di Kurt Elling nel parcheggio del multisala dopo la proiezione.
Non esattamente un luogo poetico, ma la poesia era in quel jazz dolce che ascoltavo per la prima volta.
Ricordo il cinema negli Stati Uniti, a Waltham, che sembrava fermo agli anni '40. Luogo ideale per vedere il buon Scorsese di Victor Hugo, decisamente magico in quel contesto. Gravity visto in crociera. Fanno parte dei ricordi teneri un paio di film visti a Roma, quando fantasticavo su chi si sarebbe unito per la visione, ignorando all'epoca che il buio condiviso di una sala avrebbe fatto da cassa di risonanza a troppi pensieri taciuti.
Stasera ho visto Smetto quando voglio ed e' stato davvero buffo ripensare a quando conobbi il regista, allora un ragazzetto come me. Una rassegna di cortometraggi ad Apice, a cui partecipavo come giurata. Non ho memoria neppure di un corto ma del Taurasi ingollato per tutta la sera be', di quello si'. Delle risate con Sidney, delle email con la mia amica per organizzarci a quel piccolo evento, della festa che segui', oh anche di tutto questo, si'.
Sidney Sibilia e' al suo terzo film di successo e io al mio ennesimo spicchio di sogno prima di andare a dormire. Grazie Sidney, perché è anche merito tuo se vado a letto stasera e posso raccontarmi una storia della buonanotte!
"Age cannot wither her nor custom stale her infinite variety".
martedì 16 agosto 2016
La fiction dei social media
Non scrivo per gli altri, scrivo per me. Il foglio è il mio confessore, lo psicologo. La pagina bianca è uno specchio in cui vedermi cambiato. Alle volte più maturo, altre volte semplicemente più vecchio.
Rimango sempre stupito di quanto questo esuli dal mezzo, oggi il cellulare, ieri il mio diario.
Ora, dunque, è il momento di specchiarmi, “riflettermi”. Darmi una sistemata e cercare qualche ruga in più.
Ora, dunque, è il momento di specchiarmi, “riflettermi”. Darmi una sistemata e cercare qualche ruga in più.
Questa storia dei social mi è un po’ sfuggita di mano. Non scrivo più, guardo soltanto gli altri e non so neanche il motivo, dato che la cosa mi annoia alquanto. Medito costantemente di cancellarmi, ma non lo faccio per paura di rimanere isolato.
Mi ricorda un po’ il film “One hour photo”.
Un tizio che sviluppa fotografie (Robin Williams) , guarda di nascosto le foto dei suoi clienti seguendo in maniera ossessiva una famiglia in particolare.
Nelle immagini stampate é immortalata una vita perfetta, persone semplici, sorrisi e abbracci.
Williams vive nel desiderio impossibile di essere come loro, fino a quando non scopre che il papà ritratto in quelle fotografie ha una vita parallela.
Insomma: quando ci facciamo una foto sorridiamo sempre, no? Anche se in realtà abbiamo appena litigato, pianto o semplicemente ci stiamo annoiando a morte.
Quella che rappresentiamo è una storia falsa… e mi pare pure giusto!
Prima, guardando un video “virale”, l’emozione ha preso il sopravvento: ho riso, poi ho pianto. La cosa più genuina sarebbe stato scrivere la mia reazione, ma non l’ho fatto, perché erano affari miei e non volevo lo sapessero tutti i miei “amici”.
Allora ho capito, forse. I social sono fiction. E non possono essere altro.
Sorridiamo, e facciamoci ‘sto selfie. Che ci sta pure bene se uno è in gita a Timbuktu.
Ma per te, non per chi ti legge.
Così magari ti riguardi tra qualche anno e pensi: ma che fine ha fatto quella giacca?
Alla fine è utile pure.
Ne ho le scatole piene di foto di gente sempre e ovunque, di quelli che reggono cartelli, degli aforismi motivazionali e soprattutto, basta alle foto degli spaghetti ai frutti di mare!
Qui c’è gente che soffre!
Mi ricorda un po’ il film “One hour photo”.
Un tizio che sviluppa fotografie (Robin Williams) , guarda di nascosto le foto dei suoi clienti seguendo in maniera ossessiva una famiglia in particolare.
Nelle immagini stampate é immortalata una vita perfetta, persone semplici, sorrisi e abbracci.
Williams vive nel desiderio impossibile di essere come loro, fino a quando non scopre che il papà ritratto in quelle fotografie ha una vita parallela.
Insomma: quando ci facciamo una foto sorridiamo sempre, no? Anche se in realtà abbiamo appena litigato, pianto o semplicemente ci stiamo annoiando a morte.
Quella che rappresentiamo è una storia falsa… e mi pare pure giusto!
Prima, guardando un video “virale”, l’emozione ha preso il sopravvento: ho riso, poi ho pianto. La cosa più genuina sarebbe stato scrivere la mia reazione, ma non l’ho fatto, perché erano affari miei e non volevo lo sapessero tutti i miei “amici”.
Allora ho capito, forse. I social sono fiction. E non possono essere altro.
Sorridiamo, e facciamoci ‘sto selfie. Che ci sta pure bene se uno è in gita a Timbuktu.
Ma per te, non per chi ti legge.
Così magari ti riguardi tra qualche anno e pensi: ma che fine ha fatto quella giacca?
Alla fine è utile pure.
Ne ho le scatole piene di foto di gente sempre e ovunque, di quelli che reggono cartelli, degli aforismi motivazionali e soprattutto, basta alle foto degli spaghetti ai frutti di mare!
Qui c’è gente che soffre!
E ora ”Cheese”...
P. S.: ai miei amici di Facebook. In un brano bisogna sempre distinguere l’autore dall’uomo. L’autore dice cose che l’uomo non necessariamente condivide. Quindi mi dissocio completamente da me.
P. S.: ai miei amici di Facebook. In un brano bisogna sempre distinguere l’autore dall’uomo. L’autore dice cose che l’uomo non necessariamente condivide. Quindi mi dissocio completamente da me.
Luigi
venerdì 1 aprile 2016
“Se inizierò a parlare di amore e stelle, vi prego: abbattetemi.”
C'è chi potrebbe parlare di aneddoti e momenti salienti della propria vita partendo dalle canzoni che ascoltava in uno specifico momento. Chi dai libri che leggeva, chi da questo e quello, o da altro ancora.
Oggi, dopo una battuta su whatsapp con un'amica, mi è venuto in mente che potrei fare lo stesso ripescando gli alcolici che ero solita bere qualche tempo fa. E' strano, ma ve ne sono alcuni che hanno segnato le stagioni, le amicizie, perfino gli amori.
Nel mio elenco semiserio di alcolici che non bevo più mi è subito venuta in mente la vodka, specie quella al melone. La vodka ha svariate caratteristiche che si confacevano perfettamente a noi adolescenti squattrinati: è alta in gradazione, se ne trova di molto economica e puoi illuderti di bere un cocktail utilizzando semplicemente quelle alla frutta. Per qualche non meglio identificato motivo andava forte quella al melone. Nonostante il suo profumo evochi notti in spiaggia, pasquette con gli amici in località cilentane, libertà, estate ed idiozie ecco, nonostante ciò, neppure in una fase di patetica nostalgia acuta mi verrebbe mai in mente di farmi un cicchetto di 'sta roba. Forse ha a che vedere con il fatto che certi capitoli sono belli perchè passati, stanno lì, ricordi indelebili divertenti da evocare ma di certo non da rivivere.
Diverso il Southern Comfort. Il Southern Comfort era LA bevanda, se così si può dire, mia e della mia migliore amica. Andavamo in giro, di bar in bar, a farcene versare un bicchierino, per il solo gusto di fare qualcosa che ci sembrava il massimo della trasgressione. Perfino, eravamo convinte ci piacesse! Il Southern Comfort ha il sapore di Acciaroli, dei giri in motorino, dello scendere in pigiama (e che, mica dovevo venire in UK per farlo!), delle canzoni urlate a squarciagola, dei ragazzi -tanti, troppi per rimanere sobrie- che ci offrivano un giro la sera. Loro restavano puntualmente a bocca asciutta - le ragazze la sanno lunga- ma noi avevamo salvato la paghetta settimanale. Però, se è vero come è vero che non tocco quel whiskey da quando avrò 19 anni - e, per carità, adesso solo doppio malto invecchiato, magari scozzese- l'amica è rimasta. A distanza, nonostante i litigi, i cambiamenti di vita, nonostante da circa 10 mesi si parli solo di pupi, nonostante siamo ancora più diverse di quanto lo fossimo a 18 anni, ecco lei c'è. E ci sarà sempre.
Non così poetica, forse, la faccenda della birra bianca, la Weiss che scoprii in un pub praghese a Nola. Voglio dire, ragazzi, un pub che si spaccia per praghese e che sta a Nola, capite il livello della faccenda. Però la birra era buona. Solo che raramente la bevevo in compagnia. Era più: "io birra-lui forse", il che non va proprio bene. Ogni tanto, lo ammetto, lo sfizio di una birra bianca me lo faccio passare ancora. La storia racconta, però, che venendo in Nord Irlanda, che ci vuoi fare, se birra dev'essere che sia Guinness. Non ti piace ma poi ti abitui. Come ti abitui alla guida a sinistra, alla pioggia, al vento e ai luoghi comuni.
Che poi, dici Irlanda e pensi pure al Baileys, mica solo alle pecore e ai trifogli. Uh, il Baileys. Posso scrivere con esattezza l'ultima sera in cui ne ho bevuto un bicchierino, anche se per essere precisa dovrei confessare una bottiglia intera. In due. Dettagli. 4 gennaio 2007. Requiem aeternam per la famosa crema e per un amore bruciato, e non dal fuoco che ardeva nel caminetto quella notte. Che strano, per me il tradimento ha il sapore dolciastro e lattiginoso della crema alcolica al caffè.
Da lì in poi, i gusti si sono fatti più netti, precisi, sofisticati.
Da lì in poi, ho iniziato ad essere un'adulta, anche se all'epoca non lo sapevo ancora.
I riti di passaggio sono indispensabili nella mia concezione del tempo.
Ho imparato ad amare i brandy invecchiati dal retrogusto di ciliegia, ma solo se li scaldi; i vini di qualità - che una bottiglia è fatta per durare non per essere scolata d'un fiato; il sempreverde Martini - non dry -bianco- grazie! e senza acqua tonica, solo ghiaccio e limone. Resta l'Aperol, che sofisticato non sarà, ma per me espatriata si porta dietro il sapore di casa, di periferia romana e di un aperitivo "rubato". Ho scoperto il Porto, ma "Vintage", che va gustato goccia a goccia, esaltato da un buon fado di cui ambisco a comprendere le parole. E ho deciso che investo in un buon bicchiere, magari uno soltanto, perchè voglio poter tirare fuori bei ricordi dai cassetti per molto altro tempo ancora...
“Ecco il problema di chi beve, pensai versandomene un altro: se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; se non succede niente si beve per far succedere qualcosa.” Charles Bukowski
mercoledì 11 novembre 2015
Speaking Music, an Italian Jazz Night
Eravamo indecisi su cosa scrivere e su come farlo.
Ma, in fin dei conti, perché?
forse perché le aspettative sono tante, perché avremo l'onore di suonare con Scott Flanigan e Linley Hamilton, perché vorremmo essere all'altezza del pubblico che verrà a sentirci
ehm... perché vorremmo innanzitutto avercelo, un pubblico.
Quindi, bando alle ciance, fiato alle trombe -è il caso di dirlo- e cominciamo col chiedervi di non prendere impegni per domenica 6 dicembre ore 18.
Grazie al patrocinio dell'Istituto italiano di Cultura di Edimburgo siamo più che felici di invitarvi alla serata "Speaking Music, an Italian Jazz Night", pensata per coniugare musica e poesia in onore della settimana della lingua italiana nel mondo.
Il concerto vedrà la partecipazione del trio composto da: Luigi Cirillo (voce e chitarra), Scott Flanigan (pianoforte), Linley Hamilton (trombe), e si propone di raccontare le tante declinazioni della "lingua più bella del mondo" attraverso la poetica del novecento.
Al termine ci sarà l'occasione per scambiarsi gli auguri, brindare con il console e parlare di un 2016 ricco di nuovi eventi (speriamo).
Ma, in fin dei conti, perché?forse perché le aspettative sono tante, perché avremo l'onore di suonare con Scott Flanigan e Linley Hamilton, perché vorremmo essere all'altezza del pubblico che verrà a sentirci
ehm... perché vorremmo innanzitutto avercelo, un pubblico.
Quindi, bando alle ciance, fiato alle trombe -è il caso di dirlo- e cominciamo col chiedervi di non prendere impegni per domenica 6 dicembre ore 18.
Grazie al patrocinio dell'Istituto italiano di Cultura di Edimburgo siamo più che felici di invitarvi alla serata "Speaking Music, an Italian Jazz Night", pensata per coniugare musica e poesia in onore della settimana della lingua italiana nel mondo.
Il concerto vedrà la partecipazione del trio composto da: Luigi Cirillo (voce e chitarra), Scott Flanigan (pianoforte), Linley Hamilton (trombe), e si propone di raccontare le tante declinazioni della "lingua più bella del mondo" attraverso la poetica del novecento.
Al termine ci sarà l'occasione per scambiarsi gli auguri, brindare con il console e parlare di un 2016 ricco di nuovi eventi (speriamo).
giovedì 8 ottobre 2015
Nord Irlandesi a raggi x
Un amico nord-irlandese non crede che esista nessuna "cultura" locale. Infatti riesce a distinguere un italiano da un francese o da un tedesco, ma non un nord-irlandese dagli altri.
Per persuaderlo del contrario mi ha chiesto di raccogliere una lista delle caratteristiche psico-fisiche degli abitanti di questo angolo del globo terrestre.
E ha avuto gioco facile: io adoro fare le liste!
Moda: quando sono ancora sobri potreste distinguerli dagli altri nello stesso bar perché sono i peggio vestiti. Ad un ballo di gala si presenteranno con la maglia dell'Ulster Rugby.
Sotto la giacca, ovviamente.
Espressioni linguistiche: Il Nord-Irlanda non avrà una lingua propria ma le caratteristiche fonetiche, lessicali, morfologiche e sintattiche elevano il suo slang al rango di linguaggio.
Relazioni con gli altri: cordiali, generosi ma corporalmente impediti. Non stringono la mano, il contatto fisico più vicino ad una espressione di affetto e' pugno al volto. Puoi leggere il panico nei loro occhi quando si ritrovano in un gruppo di Italiani che si salutano con il bacetto!
Temperature percepite: Non hanno mai freddo, al massimo "it's Baltic". I mediterranei che si spostano al nord come prima cosa si comprano un cappotto ma la maggioranza dei nord irlandesi non ce l'ha.
Vita sociale: Quello che in Italia viene definito un alcolista e in canada un "heavy drinker" qui e' una checca.
Abitudini: In autobus piuttosto che mettere la borsa sul sediolino e i piedi a terra, tengono i piedi sulla sedia e le borse sul pavimento.
Una volta avendolo fatto notare ad una ragazza, dopo 10 minuti spesi a trovare altri improbabili altri appigli per i piedi, li ha poggiati finalmente a terra ...sulla borsetta.
Senso dell'umorismo: nero e sardonico. Niente a che vedere con l'umorismo inglese. C'è mancato poco che chiamassero la squadra di hockey sul ghiaccio i "Belfast bombers".
Hanno poi optato per un più politically correct "Belfast Giants", e buttato al vento la possibilità di vincere i match a tavolino con quegli avversari che scambiassero il nome della squadra per una minaccia.
Caro amico, tu non riesci a vedere le peculiarità dei tuoi connazionali semplicemente perché sei uno di loro.
Mi ricordi quella dell'italiano in viaggio in Cina, il quale, chiacchierando con un locale, gli dice:
"Noi non riusciamo a distinguere i cinesi, ci sembrano tutti uguali! Succede lo stesso anche ai cinesi con gli europei?" e lui gli risponde:
"Non lo so. Sono Giapponese".
Per persuaderlo del contrario mi ha chiesto di raccogliere una lista delle caratteristiche psico-fisiche degli abitanti di questo angolo del globo terrestre.
E ha avuto gioco facile: io adoro fare le liste!
Moda: quando sono ancora sobri potreste distinguerli dagli altri nello stesso bar perché sono i peggio vestiti. Ad un ballo di gala si presenteranno con la maglia dell'Ulster Rugby.
Sotto la giacca, ovviamente.
Espressioni linguistiche: Il Nord-Irlanda non avrà una lingua propria ma le caratteristiche fonetiche, lessicali, morfologiche e sintattiche elevano il suo slang al rango di linguaggio.
Relazioni con gli altri: cordiali, generosi ma corporalmente impediti. Non stringono la mano, il contatto fisico più vicino ad una espressione di affetto e' pugno al volto. Puoi leggere il panico nei loro occhi quando si ritrovano in un gruppo di Italiani che si salutano con il bacetto!
Temperature percepite: Non hanno mai freddo, al massimo "it's Baltic". I mediterranei che si spostano al nord come prima cosa si comprano un cappotto ma la maggioranza dei nord irlandesi non ce l'ha.
Vita sociale: Quello che in Italia viene definito un alcolista e in canada un "heavy drinker" qui e' una checca.
Abitudini: In autobus piuttosto che mettere la borsa sul sediolino e i piedi a terra, tengono i piedi sulla sedia e le borse sul pavimento.
Una volta avendolo fatto notare ad una ragazza, dopo 10 minuti spesi a trovare altri improbabili altri appigli per i piedi, li ha poggiati finalmente a terra ...sulla borsetta.
Senso dell'umorismo: nero e sardonico. Niente a che vedere con l'umorismo inglese. C'è mancato poco che chiamassero la squadra di hockey sul ghiaccio i "Belfast bombers".
Hanno poi optato per un più politically correct "Belfast Giants", e buttato al vento la possibilità di vincere i match a tavolino con quegli avversari che scambiassero il nome della squadra per una minaccia.
Caro amico, tu non riesci a vedere le peculiarità dei tuoi connazionali semplicemente perché sei uno di loro.
Mi ricordi quella dell'italiano in viaggio in Cina, il quale, chiacchierando con un locale, gli dice:
"Noi non riusciamo a distinguere i cinesi, ci sembrano tutti uguali! Succede lo stesso anche ai cinesi con gli europei?" e lui gli risponde:
"Non lo so. Sono Giapponese".
Luigi
Iscriviti a:
Post (Atom)
