sabato 14 marzo 2026

Live Wake

In questi giorni si parla di saluti. Commiati, addii. Gente che si stacca da altra gente.

Vivo in Irlanda, e qui il live wake, o American wake, è tradizione antica.

Lo conoscete? Si era soliti organizzare una veglia funebre per gli emigranti in America, in tempi in cui emigrare assomigliava un po' a morire, per chi restava e per chi andava. Si teneva la notte prima della partenza e trasformava l'addio in un rito formale di lutto. Amici e vicini si riunivano per vegliare con l'emigrante, in un misto di canti, balli, preghiere e grande tristezza.

Si piangeva il vivo, che è più difficile che vegliare il morto, perché il morto promette di portare poi con sé almeno la misericordia del passato remoto.

Io non ho vegliato. Ho preferito le cene fuori. A casa non avrei voluto stare, perché la casa era vuota. C'era l'eco. Marciavo su e giù per il corridoio e il rimbombo lo sentivo nel torace e nelle tempie. Mi mancavano i colori dei paraspifferi a forma di animali, i poster, i quadri, la parete verde che faceva da lavagna per i pensieri, tornata a essere solo una parete eccentrica.

Nei live wake il dolore era spartito. Chi partiva piangeva chi restava, chi restava piangeva chi partiva, e in quello scambio c'era una specie di giustizia. A noi non era toccata in sorte quella simmetria.

Rifacemmo il letto — il piumone da regalare, le lenzuola da cambiare — e io pensai che di tutte le cose fatte insieme, quella era la più tenera. Persone che ridevano di tutto e tutti a tirare angoli di un copripiumone pulito in una casa che in tre giorni non sarebbe più stata di nessuno.

Immagino che chi partiva per l'America si fermava sulla soglia e si voltava un'ultima volta. Noi scattammo una foto, nella cucina smobilitata dove mesi prima avevo preparato i bignè alla crema e che ora era ingombra di scatoloni e pacchi.

C'erano ancora cose in giro, quelle che non avevano la dignità sufficiente per essere traslocate: "Prendile, portale via tu, poi bevi alla mia salute." Non toccai nulla.

Ci dicemmo ciao e basta. Baci goffi. Un abbraccio rigido. L'illusione che ci saremmo sentiti, ma io lo sapevo che non era vero, perché non era mai stato vero, neppure quando eravamo stati vicinissimi.

Nei live wake, alla fine, si apriva la porta per partire. Si scappava dalla fame, tu scappasti dalla pioggia. Non guardasti mai indietro. Anch'io, del resto, smisi presto di aspettare.